Le amministrazioni pubbliche devono rendere accessibili dati e contenuti digitali tramite le tecnologie assistive che permettono alla persona disabile di utilizzare i servizi erogati dai sistemi informatici. Il sito realmente praticabile da tutti potrà esporre un logo.
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Di Paolo Subioli

Un passo avanti significativo è stato compiuto nella direzione di una piena affermazione dei diritti di eguaglianza tra i cittadini, seppure limitatamente allo spazio virtuale del web. È stato infatti pubblicato il regolamento d’attuazione della legge 4/2004 per favorire l’accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici, nota anche come legge Stanca. In base a tale regolamento, i siti internet realmente accessibili potranno esporre un apposito logo, dotato di un numero di asterischi variabile da uno a tre, in base al grado di accessibilità raggiunto.

Le amministrazioni che vorranno avvalersi di tale logo, dovranno provvedere autonomamente a valutare l’accessibilità del proprio sito, sulla base di regole tecniche che verranno definite con un Dm Innovazione. I siti dei privati, invece, verranno valutati da esperti inclusi in un apposito elenco gestito dal Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione (Cnipa). Sono questi i contenuti principali del Dpr 75/2005 , previsto dall’ articolo 10 della legge Stanca.

L’accessibilità

La definizione di accessibilità è data dalla legge stessa come «la capacità dei sistemi informatici, nelle forme e nei limiti consentiti dalle conoscenze tecnologiche, di erogare servizi e fornire informazioni fruibili, senza discriminazioni, anche da parte di coloro che a causa di disabilità necessitano di tecnologie assistive o configurazioni particolari». Le tecnologie assistive sono gli strumenti e le soluzioni tecniche, hardware e software, che permettono alla persona disabile di accedere ai servizi erogati dai sistemi informatici, superando o riducendo le condizioni di svantaggio.

In realtà, l’accessibilità dei siti web ha degli scopi che vanno oltre l’ambito della tutela dei diritti dei disabili. Infatti, può capitare a chiunque, per un certo periodo di tempo, di trovarsi in una situazione di handicap. Ad esempio, per momentanee privazioni delle capacità visive o motorie, o anche per particolari condizioni ambientali, come l’eccessiva illuminazione. Inoltre, nella categoria dei disabili, vanno incluse persone che normalmente non si considerano tali, come gli ipovedenti. Pertanto, l’insieme degli accorgimenti tecnici che consente di ottenere siti accessibili, permette, di fatto, di avere servizi on line di migliore qualità, più compatibili con i vari standard internazionali, fruibili con qualsiasi tipo di attrezzatura, anche obsoleta.

Infatti, l’ articolo 2 del Dpr, che fissa criteri e principi generali per l’accessibilità, definisce i seguenti requisiti, legati in gran parte alla facilità d’uso del sito:

  1. accessibilità al contenuto del servizio da parte dell’utente;
  2. fruibilità delle informazioni offerte, caratterizzata anche da:
  3. 1) facilità e semplicità d’uso;
  4. efficienza nell’uso;
  5. efficacia nell’uso e rispondenza alle esigenze dell’utente;
  6. soddisfazione nell’uso;
  7. compatibilità con le varie linee guida internazionali, tra cui quelle del World wide web consortium (W3C).

Quindi l’accessibilità dei siti web assume un duplice significato, per le pubbliche amministrazioni, da mettere in relazione con l’ampia diffusione di Internet, che raggiunge ormai una quota significativa di cittadini, circa venti milioni nel nostro Paese. Innanzi tutto, si tratta di non escludere dai benefici della Società dell’informazione, o anche solo dei servizi on line del settore pubblico, soggetti che già sono svantaggiati. Se la disponibilità di un servizio in rete consente di evitare di recarsi allo sportello, diventa paradossale se, a rimanere esclusi da tale possibilità, sono proprio coloro con le maggiori difficoltà di movimento. Eppure, nella maggioranza dei casi succede proprio così! Inoltre, i siti accessibili sono più facili da usare e consentono più agilmente di raggiungere i propri scopi. Insomma, funzionano meglio; e questo significa allargare il numero di utenti dei servizi on line, includendo anche le fasce sociali un po’ meno avvezze all’uso delle tecnologie avanzate.

Il nuovo diritto all’informazione – Stiamo parlando di questioni di rilevanza sempre maggiore e, del resto, la legge sull’accessibilità non tratta proprio di cose marginali, quando afferma che «la Repubblica riconosce e tutela il diritto di ogni persona ad accedere a tutte le fonti di informazione e ai relativi servizi, ivi compresi quelli che si articolano attraverso gli strumenti informatici e telematici».

Si tratta dell’introduzione di un nuovo diritto del cittadino, quello all’informazione, che va a toccare una sfera ormai cruciale per il benessere e per la libertà di ogni individuo. Tale diritto, la cui portata andrebbe anche oltre il solo ambito digitale, si traduce nell’obbligo, per le pubbliche amministrazioni, a rendere accessibili i propri contenuti digitali: non solo quelli sul web, ma anche Cd-Rom, intranet, presentazioni eccetera. Gli obblighi di accessibilità riguardano anche le attività formative e, naturalmente, contemplano il dovere di fornire i dipendenti disabili degli strumenti adeguati.

Considerato però che, in pratica, per le pubbliche amministrazioni centrali tale obbligo va rispettato, ma compatibilmente con i propri limiti di budget, e che Regioni ed Enti locali devono organizzare autonomamente e secondo i propri ordinamenti la vigilanza sull’attuazione del presente decreto, gli obblighi reali si riducono a includere l’accessibilità nei nuovi contratti di fornitura dei siti, pena la nullità dei contratti stessi, e con responsabilità dirigenziale.

I principi

La strada scelta dal legislatore è stata dunque quella di sancire dei principi per garantire alcuni diritti fondamentali nel mondo digitale, ma senza calcare troppo la mano sugli obblighi, forse per timore che tutto ciò si traducesse in oneri eccessivi per le amministrazioni. Bisognerà vedere, col passare del tempo, se l’accessibilità dei siti si radicherà a sufficienza nella cultura diffusa dei cittadini-navigatori, costringendo così le varie amministrazioni ad adeguarsi, pur con tempistiche diverse. C’è altrimenti il rischio che una fetta della popolazione rimanga tagliata fuori dai benefici della legge. Ad esempio, quella che risiede in ambiti territoriali le cui amministrazioni provvedono autonomamente alla realizzazione del sito, non rientrando così in alcuna casistica di sottoscrizione di contratti con privati.

È quindi necessario che, prima di tutto, si diffonda una cultura dell’accessibilità, e – rispetto a questo – la legge darà sicuramente un contributo fondamentale. Ma serve soprattutto informazione e consapevolezza da parte dei responsabili della comunicazione, i quali dovranno essere per lo meno a conoscenza del fatto che i siti accessibili non hanno nulla di meno, rispetto agli altri, e che richiedere l’accessibilità al momento della stipula di un nuovo contratto non ha costi aggiuntivi.

Gli esperti ci assicurano poi che realizzare un sito accessibile dia molti vantaggi aggiuntivi. Ad esempio, la maggiore durata nel tempo, a causa della conformità agli standard, ma anche una migliore reperibilità da parte dei motori di ricerca.

La legge Stanca verrà in ogni caso superata dal Codice della pubblica amministrazione digitale, quando entrerà in vigore, il 1° gennaio 2006. Esso è un po’ più severo, poiché dispone l’obbligo dell’accessibilità per i siti delle amministrazioni centrali, mentre quelli di Regioni ed Enti locali dipenderanno da intese e azioni comuni con lo Stato. Non detta però alcuna disposizione per l’attuazione di tale obbligo, dal momento che, a differenza della legge Stanca, non prevede alcuna sanzione.

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